Le battaglie politiche e amministrative

Subito dopo la Liberazione si pose il problema di indire elezioni democratiche che ad ogni livello – da quello comunale a quello nazionale – potessero finalmente ridare voce agli elettori e, per la prima volta in Italia, alle elettrici.

Sul piano politico più generale era già stato deciso nel 1944 di convocare un’Assemblea Costituente con lo scopo di porre le basi del futuro Stato italiano[1]. Secondo gli accordi a suo tempo presi, essa avrebbe dovuto pure decidere sull’assetto istituzionale dell’Italia, sciogliendo il nodo della scelta tra monarchia e repubblica. Tuttavia tra 1945 e 1946 i monarchici iniziarono a premere per modificare questa decisione, consapevoli che la Costituente sarebbe stata con ogni probabilità dominata dai partiti di orientamento repubblicano e avrebbe pertanto messo fine alla tradizione storica dei Savoia. Fu così avanzata la proposta di far svolgere un referendum, motivando il tutto con l’intenzione di dare direttamente voce al popolo. A questa ipotesi si rivelò favorevole anche De Gasperi, che dal dicembre 1945 era alla guida del governo. La sua posizione dipendeva dalla particolare situazione in cui si trovava la DC in rapporto al mondo cattolico. Quest’ultimo infatti era in massima parte filo-monarchico, mentre il partito democristiano era orientato a stragrande maggioranza in senso repubblicano. Andando a scegliere tra monarchia e repubblica in sede di Assemblea Costituente, pertanto, la DC avrebbe finito per deludere una larga fetta del proprio elettorato, incrinando forse per sempre la fiducia di molti cattolici verso di sé. Affidando invece ogni responsabilità al diretto suffragio popolare e lasciando ai propri elettori – come di fatto fece – libertà di coscienza e di voto in materia, il partito avrebbe potuto sfuggire ad una tale sorte. Alla fine De Gasperi e i monarchici vinsero la partita, superando le resistenze di Togliatti e della sinistra, così che si fissò la data del 2 giugno 1946 per il referendum istituzionale, abbinato alle elezioni per l’Assemblea Costituente. La vittoria del leader democristiano sulle sinistre fu completata da altre decisioni: anzitutto sui poteri da attribuire alla futura Assemblea (che vennero fortemente limitati), poi sulla precedenza delle elezioni amministrative rispetto a quelle per la Costituente, con l’obiettivo di effettuare una sorta di test e di ritardare il ben più importante voto politico, in modo da attenuare ancora di più le passioni e gli entusiasmi scaturiti dalla Resistenza.

La campagna elettorale per la Costituente fu dunque preceduta da quella per le elezioni amministrative, che riguardarono la gran parte dei comuni italiani (5.722 su 7.294) e si svolsero in domeniche successive dal 10 al marzo al 7 aprile. Complessivamente esse mostrarono che la forza della DC non era millantata, dal momento che questo partito conquistò 2.534 comuni, contro i 2.289 andati a socialisti e comunisti insieme. Questo voto fu una prima significativa con­ferma che il presente e il futuro dell’Italia erano nelle mani dei «partiti di massa», piuttosto che di formazioni elitarie come il Partito d’Azione o il Partito Liberale, che pure era l’erede della tradizione politica prefascista.

A Legnano si votò per il Comune il 7 aprile 1946. Alla competizione si presentarono solo quattro liste, ovvero quelle dei tre maggiori partiti (DC, PCI, PSIUP) e una lista di indipendenti, a carattere liberale e moderato. L’urgenza dei problemi sociali del momento emergeva con forza dai programmi presentati dai competitori: per esempio la Democrazia Cristiana insisteva sulla costruzione di case popolari (a cominciare da quelle da farsi sui terreni regalati dal Comune, dalla Cantoni e dalla Bernocchi, nei pressi della chiesa dei Frati), nonché di un edificio per ospitare la scuola media e la scuola di avviamento commerciale. Si proponeva poi di installare in Piazza Mercato un albergo diurno con bagni e docce; di sistemare urbanisticamente la Piazza S. Magno, le Vie Gigante e Concordia e la zona di S. Ambrogio; di coprire l’Olona nel tratto compreso tra Via Corridoni e il Macello; di sistemare la zona dei Ronchi e attorno a Via Barbara Melzi; e, ancora,  di occuparsi della stazione e di istituire degli ambulatori comunali per le condotte mediche, e così via[2].

La campagna elettorale vide la presenza in città dei leader di maggior spicco nazionale. Dopo la venuta di Pietro Nenni – già nell’ottobre precedente – in marzo si ebbe infatti a Legnano un comizio dello stesso segretario del PCI, Palmiro Togliatti[3].

Il voto popolare premiò la Democrazia Cristiana che ottenne 9.341 voti, pari al 42,9%, mentre i socialisti (che allora utilizzavano la sigla PSIUP, ovvero Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria) ne ebbero 5.991 (27,5%) e i comunisti 5.662 (26%). La lista indipendente si fermò a 781 voti, pari al 3,5%. A Palazzo Malinverni entrarono come consiglieri comunali 18 democristiani, guidati dal sindaco uscente Anacleto Tenconi, seguito da Aldo Strobino, Giovanni Parolo, Neutralio Frascoli e da Luigi Buzzi, oltre che – tra gli altri –  da Luigi Accorsi e Aldo Colombo. Di fronte a loro si ponevano undici socialisti capeggiati da Piero Rasini e Dino Rizzoli, e dieci comunisti, tra i quali Ezio Gasparini, Carlo Venegoni, Giovanni Brandazzi ed Ettore Espen. L’unico consigliere indipendente risultò Fabio Vignati, ex sindaco ed ex podestà (1923-1932)[4]. Come si vede, la DC era nettamente il primo partito in città, ma per poter governare aveva necessariamente bisogno di allearsi con una delle due formazioni della sinistra, non bastandole l’apporto dell’indipendente Vignati per comporre una maggioranza. Era ovviamente una possibilità affatto teorica: fu più facile e naturale trovare un accordo tra PCI e PSIUP, che il 3 maggio 1946 portò all’elezione di una Giunta ‘rossa’, presieduta da Rasini, sorretto appunto da una risicata maggioranza di 21 consiglieri su 40. Con la stessa minima maggioranza divennero assessori Ezio Gasparini, Giovanni Brandazzi, Raffaele Pagani, tutti del PCI, e Riccardo Gironi, Dino Rizzoli, Giovanni Galimberti, del PSIUP. Da parte cattolica si protestò per quanto accaduto: «Avevano per sé la legge: ma prima della legge c’è il buon senso e la realtà», fu scritto, riferendosi alla forza della DC che con il suo 42,9% era cacciata all’oppo­sizione[5]. All’interno della maggioranza andava peraltro sottolineata la pur leggera preminenza socialista rispetto ai comunisti: si trattava del resto di una tendenza nazionale, come fu mostrato poche settimane dopo in occasione del voto per l’Assemblea Costituente.

In vista di questo appuntamento si mobilitarono partiti e ‘mondi vitali’. La Chiesa e l’Azione Cattolica, si può dire, fecero in quella occasione le prove generali della propria macchina organizzativa, sfruttata con rara efficacia nelle successive elezioni del 1948. A Legnano fu tra l’altro organizzato da parte dell’Azione Cattolica (13-18 maggio) un ciclo di conferenze presso l’asilo comunale di corso Magenta, chiamando a parlare personalità autorevoli e conosciute come Dino Del Bo su «La Costituente», Giancarlo Brasca su «I diritti della persona nella Costituzione», Guido Rossi su «Libertà e doveri del Cattolico nei confronti dello Stato», Mario Romani su «Il problema religioso nella Costituente», Federico Marconcini su «Il problema economico nella Costituzione» e Giuseppe Mira sul «Primato cattolico d’Italia»[6]. Proprio quest’ultimo tema dà la chiave di lettura della posizione cattolica di allora che – come già abbiamo accennato – rivendicava di essere l’unica vera espressione della storia e dell’anima della popolazione italiana.

Per quanto riguardava il referendum istituzionale, il voto del 2 giugno vide prevalere anche a Legnano la scelta repubblicana. Su 22.807 votanti (94% degli aventi diritto), votarono per la repubblica 14.427 legnanesi (65,79%), mentre alla monarchia andarono 7.502 consensi (34,21%)[7]. Era un voto leggermente difforme rispetto alla media provinciale, che assegnò alla repubblica il 68,8% delle preferenze, ma decisamente superiore alla media nazionale che vide – come è ben noto – un risultato molto più risicato per la repubblica (54,3% contro 45,7%).

Dalle urne contenenti le schede per l’elezione dell’Assemblea Costituente uscì invece qualche piccola sorpresa. La DC perse qualcosa nei confronti delle amministrative e si attestò sul 40,5%, mentre il PCI con il 26,7% superò e staccò il PSIUP, fermo al 24,5%. Entrambi i partiti persero dunque consensi rispetto a due mesi prima, probabilmente solo perché in questa circostanza erano presenti altri raggruppamenti politici di sinistra, come il Partito Repubblicano Italiano (PRI), che ottenne l’1,1%. Sulla destra si mise in evidenza la lista dell’Uomo Qualunque, con il 3,2%, mentre il resto dei voti andò disperso tra le liste minori.

 

Tab. 1 – Risultati elettorali 1946-1951

 

Partiti

Anni

 

1946

1946

1948

1951

 

Comunali

Politiche

Politiche

Comunali

DC

9.341

42,89

8.878

40,50

12.162

50,48

10.485

46,16

PCI

5.663

26,00

5.850

26,68

Fronte

8.530

35,41

5.276

23,23

PSI

PSIUP

5.994

27,52

PSIUP

5.366

24,47

 

3.561

15,68

PSDI    

2.123

6,81

2.032

8,95

PRI

233

1,06

 
MSI  

232

0,96

Uomo Qualunque

709

3,23

Monarchici

190

0,79

Indipendenti

781

3,54

1.359

5,98

Altre liste

890

4,06

856

3,55

 
Nota: 1946: Assemblea Costituente; 1948: Camera dei Deputati

Mentre la Costituente svolgeva con efficacia a Roma il suo compito, i rapporti internazionali e nazionali si andavano spostando verso una contrapposizione sempre più radicale tra due blocchi contrapposti: nel corso del 1947 si registrarono in successione l’annuncio della ‘dottrina Truman’, con la quale il presidente nordamericano si impegnava a respingere ogni forma di aggressione esterna o di sovversione interna verso i paesi ‘liberi’ (marzo); la definitiva rottura in Francia e in Italia della collaborazione governativa tra i partiti di centro e quelli di sinistra (maggio); la già citata proposta del segretario di Stato Marshall di un piano organico di aiuti americani all’Europa (giugno) e, infine, la nascita di un Ufficio di informazione tra i vari partiti comunisti dell’Europa orientale, di Francia ed Italia, il Cominform (settembre). Insomma, dall’una e dall’altra parte, si andavano creando quelle premesse ideologiche e organizzative che avrebbero caratterizzato tutto il periodo più ‘caldo’ della guerra ‘fredda’.

A Legnano i partiti cercavano nel frattempo di consolidarsi in rapporto alla popolazione. Nel corso del 1946 la DC di Legnano e zona, guidata da Tenconi, affermava di avere ben 7.189 iscritti, dei quali 1.054 uomini, 1.261 donne e 216 giovani nella sola città del Carroccio. Ma, ciò che più interessa qui, è che il partito cercava in ogni modo di darsi delle basi autonome di consenso, per esempio organizzando l’invio dei bambini alle colonie marine (Borgio Verezzi, Cattolica) e montane, oltre che alla colonia elioterapica aperta presso le suore canossiane[8]. Senza naturalmente voler tracciare improponibili paragoni, si può osservare che in qualche modo i partiti del dopoguerra tendevano a mantenere in vita alcune delle abitudini che erano state proprie del Partito Nazionale Fascista, specialmente sul terreno assistenziale e sociale. Non va tra l’altro dimenticato che in quegli stessi anni il Partito Comunista si diede molto da fare su tale terreno, per esempio organizzando l’invio di molti bambini poveri delle città o di località colpite da calamità verso le famiglie dei propri militanti che risiedevano in campagna, specialmente in Emilia, in modo da offrire per qualche tempo aria e vita salubre.

Contestualmente cresceva lo scontro politico e sociale anche a Legnano. Già poco tempo dopo le elezioni amministrative del 1946, mons. Cappelletti aveva amaramente annotato che

«In Comune continua la prepotenza dei Socialcomunisti. I Democristiani non sempre manovrano con profitto l’opposizione. Il clero e la religione sono, almeno apparentemente, rispettati»[9].

Ma fu soprattutto nei mesi seguenti che divamparono polemiche feroci che coinvolsero tutta la stampa locale, da «La Voce dei Lavoratori» al «Luce» e al «Il Carroccio». Esse riguardarono direttamente la gestione dei convitti per le operaie della De Angeli Frua, dove era presente una comunità di suore di Maria Ausiliatrice (salesiane). Sul giornale comunista, infatti, apparvero delle lettere di operaie che protestavano contro le norme troppo rigide imposte dalle suore alle convittrici, provocando una prima replica da parte dei cattolici, che negarono l’esistenza di un clima oppressivo[10]. La discussione si allargò, con attacchi da parte comunista

 

 

Le battaglie politiche e amministrative

ai rigidi regolamenti e alla stessa presenza religiosa nelle fabbriche; risposero ancora i fogli cattolici, coinvolgendo anche alcune giovani operaie, che descrissero il clima positivo esistente all’interno del convitto e rivendicarono il diritto di poter liberamente pregare anche per chi non pregava mai. Le giovani interpellate concludevano la propria difesa delle suore con una perentoria affermazione politica: per il futuro sarebbe stato meglio votare per i democristiani «perché meglio ci comprendono nella nostra attività e ci lasciano in pace»[11]. In realtà, va detto, era in discussione il ruolo piuttosto ambiguo rivestito dalle religiose in quel contesto: esse finivano infatti per assumere anche compiti di sorveglianza interna e di indirizzo politico e sindacale delle ragazze a loro affidate.

La crescente conflittualità era peraltro mitigata dalle dimensioni della città, che consentiva molteplici conoscenze personali, e da una certa condivisione delle condizioni di lavoro e di vita, cosa che spesso contribuiva a mantenere le tensioni entro limiti accettabili. Specialmente nei grandi cortili delle case popolari l’abitudine alla vita comunitaria stemperava lo scontro.

«In ogni caso, tuttavia – ha raccontato tempo fa Arno Covini, noto partigiano e militante comunista – la lotta politica non è mai degenerata, perché l’amicizia era al di sopra delle fazioni. Non ho mai visto una zuffa per motivi politici. La maniera comunitaria con cui si affrontavano tutti i problemi si rifletteva anche nelle discussioni politiche. Durante le elezioni si verificarono spesso dei gesti di intolleranza, però avvenivano sempre tra gente che non viveva assieme. Si litigava al bar, per strada, ma non nel cortile, perché questo era una palestra educativa nei rapporti tra le persone. Anche nei periodi più duri della guerra fredda, all’interno del cortile  non sono mai avvenuti incidenti che invece si verificavano all’esterno, come quella volta che un operaio che lavorava all’acciaieria della Tosi è stato picchiato soltanto perché al primo maggio portava all’occhiello un garofano rosso»[12].

Qualcosa del genere fu vissuto anche da un dirigente della Resistenza cattolica e della DC, nonché industriale, come Neutralio Frascoli:

«Nelle elezioni del ‘48 non è successo niente di rilevante a Legnano. È stato comunque uno dei momenti in cui sono stato particolarmente cattivo con i comunisti. Avevamo piazzato un altoparlante in piazza e man mano che arrivavano i risultati partivano dal mio microfono delle sferzate tremende contro i comunisti. Finché i miei amici sono venuti a dirmi di smetterla se no andava a finire che i comunisti mi avrebbero picchiato. Comunque con gli amici comunisti ho sempre tenuto buoni rapporti e anche oggi mi rispettano, perché sanno che sono un anticomunista perché non la penso come loro; però io ho combattuto perché loro possano essere comunisti e voglio che loro pensino che io possa essere democristiano»[13].

Si trattava peraltro di scaramucce all’interno di una battaglia campale molto più ampia. Contro le sinistre – che avevano stabilito su sollecitazione socialista di presentarsi alle elezioni per il primo Parlamento dell’Italia repubblicana raggruppate nel «Fronte Democratico Popolare per il lavoro, la pace, la libertà» (genericamente: il Fronte Popolare), avendo come simbolo una stella sormontata dal popolare volto di Giuseppe Garibaldi – si mossero con grande efficacia Chiesa, DC, governo, industriali e americani, costituendo un blocco compatto difficilmente battibile. Il voto del 1948 assunse pertanto il carattere di uno scontro di ‘civiltà’, di una scelta irreversibile tra Ovest ed Est, tra capitalismo e comunismo, tra Roma e Mosca. Fu lo stesso Pio XII del resto a chiamare ripetutamente i cattolici all’impegno diretto, e ciò fin dal 7 settembre 1947, quando in un celebre e citatissimo discorso rivolto agli Uomini di Azione Cattolica egli chiarì che «il tempo della riflessione e dei progetti è passato: è l’ora dell’azione»[14]. Nel suo radiomessaggio natalizio del 1947 Pio XII definì pubblicamente «diser­tore e traditore» chiunque avesse voluto collaborare a qualsiasi titolo o dare il proprio voto «a partiti e poteri che negano Dio, che sostituiscono la forza al diritto, la minaccia e il terrore alla libertà, che fanno della menzogna, dei contrasti, del sollevamento delle masse, altrettante armi della loro politica, che rendono impossibile la pace interna ed esterna»[15].

Nelle settimane seguenti seguirono incalzanti appelli di ogni genere da parte della Chiesa, usando espressioni e slogan quali «o con Cristo o contro Cristo», «santa crociata» o «nuova Lepanto» (per ricordare la vittoria della flotta cristiana sui turchi nel 1571). Sui muri di tutta Italia campeggiarono manifesti volti a mettere in rilievo il pericolo comunista o a ironizzare pesantemente sugli avversari. La saldatura e la sovrapposizione tra aspetti politici e aspetti religiosi fu costante, organizzando anche delle ‘missioni religiose popolari’, durante le quali le invocazioni a Dio e alla Madonna si univano al rito pubblico della lacerazione delle tessere comuniste da parte di chi si era finalmente «convertito». Nei più remoti paesi di tutte le regioni vennero inoltre inviati speciali carri-cinema, attrezzati per la proiezione di film tra cui spiccava Pastor Angelicus, un documentario volto ad esaltare l’operato e la figura di Pio XII. Enorme successo ebbero le prediche e i comizi del gesuita padre Riccardo Lombardi, non a caso chiamato «il microfono di Dio» per la sua grande abilità oratoria.  Intanto l’accento emotiva posto sul voto favorì il diffondersi in tutta Italia di manifestazioni nelle quali il confine tra la fede e la superstizione si faceva assai labile: da più parti vennero segnalati miracoli, apparizioni della Madonna, straordinarie lacrimazioni di immagini o statue della Madonna stessa, destinate a riproporsi anche dopo il 18 aprile. Fulcro di tutte queste iniziative propagandistiche furono i Comitati Civici, voluti e diretti da Luigi Gedda, un novarese che era già stato presidente della Gioventù di Azione Cattolica e ora guidava gli Uomini Cattolici e del quale era nota la disponibilità ad appoggiarsi non solo alla DC ma anche ai partiti di destra.

Da parte sua si mosse anche il governo, sfruttando tutte le leve a disposizione, dai cinegiornali della Settimana Incom, che ogni cinematografo era tenuto a proiettare negli intervalli delle normali proiezioni, al reclutamento di migliaia di poliziotti e allo svolgimento di parate militari e sfilate, secondo le direttive date dal ministro dell’Interno Mario Scelba. Determinante fu pure la propaganda e il sostegno diretto degli Stati Uniti: l’ambasciatore a Roma James Dunn si mostrò perennemente in giro per l’Italia, ben disposto a visitare le più diverse città e ad inaugurare i più diversi manufatti realizzati con il contributo americano, dai ponti alle scuole, dagli ospedali agli altri edifici pubblici, senza disdegnare di farsi trovare presente nei porti al momento del­l’arrivo delle navi che trasportavano gli aiuti americani. Dal canto suo il Segretario di Stato Marshall affrontò di petto il problema del proseguimento degli aiuti americani all’Italia, spiegando che, mandando al governo un partito ostile a detti aiuti, gli italiani avrebbero dichiarato di fatto la propria volontà di rinunciare ad essi. L’intervento americano fu decisivo anche nell’assicurare finanziamenti segreti alla DC e alle altre forze anticomuniste (e, d’altra parte, Mosca era prodiga di finanziamenti al PCI).

Al decisivo appuntamento ci si preparò anche in altro modo. Entrambi gli schieramenti, infatti, si prepararono al peggio, temendo che i rispettivi avversari fossero pronti persino ad usare la forza. E così sia da parte delle sinistre sia da parte cattolica (spesso, in questo caso, con il consenso tacito od esplicito delle forze dell’ordine) si approntarono depositi clandestini di armi e piani per interventi di emergenza. Che i comunisti avessero conservato ingenti quan­tità di armi dai tempi della Resistenza era noto a tutti; meno noto è che  anche i partigiani ‘bianchi’ avessero adottato analoghe misure. Ciò avvenne anche nel Legnanese: qualche anno fa, alcuni dei protagionisti della Resistenza cattolica tra Cerro Maggiore e S. Vittore Olona, vale a dire Pietro Pessina, Francesco Martellosio e Pietro Morelli, hanno tranquillamente ammesso il fatto e rievocato il clima di apprensione che circondò sia il 18 aprile sia ancor più il 14 luglio, il giorno dell’attentato a Togliatti, quando parve a tutti di essere davvero ad un passo dalla guerra civile[16]. Arsenali interi furono ritrovati prima e dopo queste date dalle forze dell’ordine: per esempio nei boschi vicino alla Ponzella nell’ottobre 1949 furono rinvenuti tre grossi contenitori contenenti ben 78 fucili, un mortaio, decine di bombe a mano e di caricatori[17]. In tali casi carabinieri o poliziotti erano allertati da segnalazioni anonime o da ‘soffiate’ di ogni genere, fatte da chi voleva disfarsi di oggetti pericolosi o da chi li aveva casualmente ritrovati o ancora da chi – appartenente alla parte politica opposta – intendeva in tal modo ridurre le disponibilità dei potenziali nemici.

Anche a Legnano il mondo cattolico si mobilitò a fondo, conformandosi pienamente al quadro nazionale. Dall’esterno vennero a tenere i propri comizi leader di spicco come Amintore Fanfani, che già il 5 ottobre 1947 tenne un seguitissimo discorso ai giovani cattolici radunati in Piazza Mercato. Il leader toscano ritornò nella nostra città un mese prima del voto, la domenica 14 marzo 1948, salendo sul palco della sala Ratti in Corso Magenta insieme all’altro deputato della Costituente Tommaso Zerbi, affiancato da Tenconi e Parolo. Il salone risultò gremitissimo, così come il cortile adiacente, dove il discorso fu diffuso tramite altoparlanti. Fanfani affermò tra l’altro che la DC apriva la sua campagna elettorale

 

Le battaglie politiche e amministrativeLe battaglie politiche e amministrative

 

«nel nome di Dio e della Patria» e difese con forza i risultati finora ottenuti dal governo guidato da De Gasperi[18]. A Legnano venne in quel periodo anche il celeberrimo padre Lombardi, che parlò in Piazza S. Magno e in Piazza Mercato (in collegamento), avendo per ascoltatori migliaia di persone giunte da tutti i centri vicini. Egli intrattenne la folla sulle rivendicazioni degli operai e sull’esempio di Cristo Operaio, diffondendosi sul messaggio sociale del cristianesimo.

Tra gli ascoltatori del combattivo gesuita fu anche Giacomo Landoni, allora elettore democristiano, che negli anni seguenti, dopo «un lungo travaglio» si iscrisse al PCI:

«Andavo a vedere se gli operai erano come diceva padre Lombardi quando veniva a fare i comizi nel ‘48 in Piazza Mercato piena di gente, che la Tosi ti pagava per andarlo a sentire. Era chiamato il microfono di Dio. E faceva presa perché aveva certi ragionamenti a terra, semplici, verso la povera gente: ‘anche Dio è nato in una mangiatoia’. E alla gente faceva impressione. Perché anche il cristianesimo era un fatto rivoluzionario ed è un fatto positivo. Dai romani non era combattuto come religione, ma perché portava delle idee nuove, contro lo schiavismo, e certi comandamenti per la società di allora non andavano bene»[19].

La mobilitazione toccò tutte le parrocchie, tanto che il parroco dei Ss. Martiri – per fare un esempio – poté scrivere che «il Comitato Civico parrocchiale ha veramente sgobbato. Tutti i membri delle associazioni cattoliche maschili e femminili hanno fatto miracoli»[20]. Dal canto suo la stampa cattolica legnanese non risparmiò l’ironia verso gli avversari, pubblicando a più non posso barzellette e battute come le seguenti:

«Che differenza passa tra Garibaldi e Togliatti? Nessuna. Ambedue hanno detto ‘Obbedisco’» oppure: «Che differenza passa tra Garibaldi e Stalin? Che i nemici di Garibaldi erano Borboni e gli amici di Stalin sono birboni»[21].

Dal canto suo anche il Fronte mobilitò i suoi leader di maggior spicco.

Avvicinandosi il giorno fatidico, il clima si arroventò. Da parte cattolica giunsero accuse ai frontisti di strappare i manifesti della DC e si denunciarono aggressioni agli ‘attacchini’ democristiani persino nella centralissima Piazza S. Magno[22]. Un fatto abbastanza grave si verificò la mattina di lunedì 29 marzo, allorché un oratore del Blocco nazionale (che raccoglieva le forze di destra), Tuminelli, fu spintonato e fatto ruzzolare dal palco eretto in Piazza S. Magno. Del fatto venne accusato un militante comunista, operaio della Tosi[23].

Le votazioni si svolsero peraltro con sufficiente ordine e tranquillità in tutta Italia. La tensione cattolica fu spinta al massimo:

«Giornata storica! – annotava don Contardi, parroco di Legnanello – Preceduta da un settenario in onore di S. Giuseppe, alla sera del giorno 17 ora di adorazione. Al mattino, per dare maggiore comodità ai rappresentanti dei seggi elettorali, si anticipa la prima S. Messa alle ore 5. Alle ore 6 esposizione del Santissimo, previo il canto del ‘Veni Creator’ per tutta la giornata. Alle ore 17 Santo Rosario, recita delle Litanie della Madonna e di S. Giuseppe. Elezioni per Deputati e Senatori. Tutto quieto. Normalissimo. Ottimo lavoro di preparazione. Buonissimo risultato a favore del Partito Democratico Cristiano»[24].

I risultati premiarono anche a Legnano la DC, dietro a cui si mossero tutti coloro che – indipendentemente da una piena condivisione del programma di questo partito – individuarono lo scudo crociato come l’unico baluardo da utilizzare in funzione anticomunista. Rispetto alle precedenti consultazioni legnanesi, la DC fece un balzo in avanti toccando, con 12.162 voti, la percentuale del 50,5%, vale a dire due punti netti sopra la media nazionale, mentre il Fronte Popolare si fermò a quota 8.530 voti, pari al 35,4% (anch’esso peraltro sopra il 31% nazionale). Buono fu il risultato del Partito Socialdemocratico di Saragat, che si presentava per la prima volta agli elettori dopo la scissione dal PSIUP del gennaio 1947 (e va ricordato al riguardo che proprio in seguito a ciò il Partito Socialista riassunse la vecchia sigla di PSI): esso ottenne infatti 2.123 voti e l’8,8%. Del tutto irrisori furono a Legnano i consensi per le altre formazioni: complessivamente esse ottennero solo il 5,3%, di cui l’1% apparteneva alla lista dei comunisti internazionalisti, un altro 1% al Blocco nazionale (liberali e qualunquisti), lo 0,9% al MSI, lo 0,7% alla lista monarchica e un altro 0,7% ai repubblicani. In sostanza i legnanesi si dividevano nettamente in due blocchi quasi paritari (se si sommano i voti del Fronte a quelli dei socialdemocratici), lasciando agli altri le briciole.

In quei mesi, prima e dopo un voto tanto significativo, la vita amministrativa della città fu peraltro dominata da un clamoroso scandalo, che risulta del tutto sorprendente per il lettore di oggi e che dimostra da solo l’angoscia degli amministratori locali per la situazione ancora precaria degli approvvigionamenti di materie prime. Nell’agosto 1947, infatti, successe che due assessori della giunta Rasini, vale a dire Giovanni Galimberti e Raffaele Pagani, ebbero l’inca­rico di trattare l’acquisto di una partita di carbone fossile per garantire il riscaldamento di tanti cittadini legnanesi per il futuro inverno. Essi si recarono al porto di Genova, dove da un certo Luigi Tironi – che si rivelò poi essere un truffatore professionista – furono messi in contatto con un tal Parodi, che asseriva di essere proprietario di una partita di 400 tonnellate di carbone, che avrebbe venduto al prezzo di 1.500 lire al quintale. I due ingenui legnanesi caddero incredibilmente nella trappola, furono addirittura portati in visita ad una nave mercantile e si fidarono della spiegazione che si trattava di materiale in esubero, che poteva essere acquistato anche al di fuori dei normali controlli della competente Associazione per il commercio del carbone nel porto ligure[25]. Ancora più incredibilmente Galimberti e Pagani non assunsero informazioni sul Tironi e non verificarono le consuetudini e le norme burocratiche vigenti nel porto di Genova per questo tipo di operazioni, anzi pagarono subito il Tironi un anticipo di cinque milioni e mezzo di lire, non appena furono loro mostrati dei documenti, ovviamente falsi, che avrebbero dovuto confermare l’avvenuta partenza per Legnano dei carri ferroviari che trasportavano il prezioso combustibile. Naturalmente quei vagoni non arrivarono mai a destinazione[26].

Il 1° settembre 1947 il «Corriere Lombardo» e piccoli manifestini affissi sui muri informarono la città di quanto era accaduto, provocando per l’indomani la convocazione straordinaria del Consiglio Comunale, che non poté esimersi dal nominare una commissione di inchiesta, parallela alle indagini giudiziarie. I due malcapitati assessori risultarono del tutto puliti sul piano personale, ma ovviamente responsabili quanto meno di grave negligenza per gli omessi controlli e per il gravissimo danno arrecato alle casse comunali. La situazione politica divenne insostenibile per la giunta Rasini, specie dopo che il 24 settembre 1948 i due assessori vennero dichiarati decaduti dall’in­ca­rico[27]. Il sindaco cercò in ogni modo di resistere alla pressione dell’oppo­sizione democristiana, ma alla fine, dovette cedere e il 17 ottobre 1949 fu anche lui dichiarato decaduto da parte dell’autorità prefettizia. Seguì poco dopo, sempre nel mese di ottobre, la decisione dei consiglieri democristiani di dimettersi in blocco, in modo da provocare nuove elezioni[28]. La maggioranza cercò tuttavia di mantenere le proprie posizioni e giunse ad eleggere come nuovo sindaco il socialista Riccardo Gironi (con soli 15 voti, essendosi dissociati i tre esponenti che – eletti nel 1946 nelle liste socialiste – erano l’anno dopo passati nelle liste del neonato Partito Socialdemocratico di Saragat). Posti di fronte a questa nuova situazione, anche i tre socialdemocratici capeggiati dall’avv. Tognoni, stabilirono di dimettersi, provocando così il definitivo tracollo del Consiglio e della Giunta, per la mancanza di numero legale. La stessa elezione di Gironi non venne mai ratificata ufficialmente[29]. Per qualche mese, fino al 31 marzo 1950, il comunista Ezio Gasparini svolse le funzioni di sindaco nella sua qualità di assessore anziano, ma con il 1° aprile 1950 ogni potere passò a Dionisio Villa, nominato commissario prefettizio per il Comune di Legnano[30]. Le vertenze relative ai due ex assessori Galimberti e Pagani rimasero aperte a lungo, ma, malgrado le pressioni del prefetto, i nuovi amministratori di Legnano preferirono lasciare cadere ogni procedimento nei loro confronti: si sarebbe ottenuto solo di rovinare due famiglie, senza peraltro poter riparare il danno subito dal Comune[31].

A titolo di curiosità – anche per il perenne protrarsi della questione, fino ai giorni nostri – si può aggiungere che in quei mesi il Consiglio Comunale si occupò tra le altre questioni anche della proposta avanzata dal democristiano avv. Domenico Salvatore di richiedere l’istituzione a Legnano di un Tribunale o almeno di una sezione staccata di quello di Milano. L’organo rappresentativo dei cittadini legnanesi approvò la proposta e il sindaco istituì un’apposita commissione di studio[32].

Si arrivò così al nuovo appuntamento elettorale, fissato per il 27 maggio 1951, in concomitanza con il voto in quasi tutti gli altri Comuni italiani. Le diverse forze politiche espressero un giudizio complessivamente positivo sull’operato del commissario prefettizio, che secondo la DC aveva svolto «un’opera assidua e veramente proficua» e secondo le sinistre aveva capito «le esigenze cittadine, affrontando la situazione con passione e costanza ammirevole»[33]. Nel­l’im­minenza del voto l’arcivescovo di Milano, il card. Schuster, fece diffondere un appello per incitare i cattolici a sostenere la DC e a non abbassare la guardia per il fatto che si trattava di elezioni amministrative e non politiche. Il presule precisò che

«I Comuni rappresentano per tutti i cattolici altrettante cittadelle in cui si difende la libertà religiosa e morale dell’individuo, della famiglia, della società»[34].

Tra i motivi da lui portati per spingere alla mobilitazione generale stava anche la ricorrente (ed eccessiva) preoccupazione per quanto il PCI andava svolgendo al fine di rafforzare le proprie organizzazioni giovanili, particolarmente tramite l’Associazione Pionieri Italiani (API), fondata nel 1950 e rivolta ai più piccoli, cui proponeva forme aggregative che in vario modo ricalcavano quelle degli oratori e degli scout. Contro di essa, infatti, si scatenò una intensa campagna di stampa da parte cattolica, fino a ipotizzare e denunciare persino asseriti episodi di corruzioni di minorenni (che sarebbero stati invitati a bestemmiare, a profanare l’ostia, e pure a mimare gesti sessuali). Qualche anno dopo, nel 1955 fu persino tenuto un processo ai dirigenti dell’API di Pozzonovo (Padova) che si concluse però con la loro piena assoluzione.

Il voto del 27 maggio mise fine alla breve stagione della giunta legnanese di sinistra, perché la DC ottenne 10.485 voti (46,1%), vale a dire il doppio di quelli andati al PCI (5.276, 23,2%). Il PSI ebbe 3.561 suffragi, pari al 15,7% e i socialdemocratici 2.032 (8,9%). La lista degli indipendenti (di destra) arrivò a 1.359 voti (5,9%).

Confortato dai consensi elettorali, Anacleto Tenconi tornò alla guida del Comune, aprendo così una fase nuova nella storia politica e amministrativa della città.

 


[1] Per tutti gli aspetti della politica nazionale, si rinvia una volta per tutte al volume di G. Vecchio – D. Saresella – P. Trionfini, Storia dell’Italia contemporanea. Dalla crisi del fascismo alla crisi della Repubblica (1939-1998), Monduzzi, Bologna 1999, dove è possibile reperire molte altre informazioni, anche di natura bibliografica, che qui e di seguito vengono omesse.

[2] Il programma della Democrazia Cristiana, in «Luce», 5 aprile 1946.

[3] Anche Togliatti ha detto la sua… ma ha deluso tutti, perfino i comunisti, in «Il Carroccio», 30 marzo 1946.

[4] Dopo le «Amministrative». I nuovi Consiglieri Comunali, in «Luce», 12 aprile 1946.

[5] I Democratici Cristiani all’opposizione, in «Luce», 10 maggio 1946.

[6] Settimana Sociale Legnanese, ibid.

[7] Le elezioni, in «Luce», 7 giugno 1946.

[8] Il congresso di zona riafferma i postulati del partito, in «Il Carroccio», 6 settembre 1946; Il Prof. Strobino lascia il “Carroccio”. I due Congressi, in «Luce», 13 settembre 1946.

[9] Liber Chronicus della parrocchia di S. Magno, 22 maggio 1946.

[10] Ad un nuovo «ras» legnanese, in «Luce», 21 marzo 1947.

[11] Clausura e convitti. Lettera aperta a Ronchi Angela, in «Luce», 23 gennaio 1948.

[12] Testimonianza di Arno Covini riportata in C. Penati, Racconti di vita a Legnano, in Mondo popolare in Lombardia. Milano e il suo territorio, Silvana Editoriale, Milano 1985, p. 565.

[13] Testimonianza ibid., p. 593.

[14] Discorsi e radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, vol. IX, Tipografia Poliglotta Vaticana, Roma 1948, p. 214.

[15] Ibid., p. 400.

[16] S. Clementi – G. Vecchio, Noi, partigiani bianchi, e il 1948: la parola ai protagonisti nel Legnanese, in «Polis Legnano», gennaio-febbraio 1992. Un quadro più generale è tracciato da A. Fiorani – A. Lega, 1948: tutti armati. Cattolici e comunisti pronti allo scontro, Mursia, Milano 1998.

[17] Un arsenale dissotterrato nei pressi di Legnano, in «Il Corriere della Sera», 18 ottobre 1949.

[18] S.E. Amintore Fanfani a Legnano, in «Il Carroccio», 21 marzo 1948.

[19] Testimonianza riportata da C. Penati, Racconti di vita cit., p. 579.

[20] Dal Liber Chronicus della parrocchia dei Ss. Martiri, citato da M. Consonni – R. Ciccone, La parrocchia dei Ss. Martiri a Legnano cit., p. 60.

[21] Fred, Dietro-Front, in «Il Carroccio», 21 marzo 1948.

[22] I frontisti osservano la tregua elettorale malmenando giovani democristiani e di A.C. mentre affiggono manifesti, in «Il Carroccio», 21 marzo 1948; cfr. anche I segugi di Longo a Legnano, ibid., 14 aprile 1948.

[23] Indignata Legnano per le violenze comuniste, in «Il Carroccio», 4 aprile 1948.

[24] Liber Chronicon della parrocchia del Ss. Redentore, 18 aprile 1948.

[25] Il sopraluogo dei commissari ai carbonili di Genova, in «Luce», 19 dicembre 1947.

[26] I lavori della Commissione d’inchiesta, in «Luce», 24 ottobre 1947; «Azione giudiziaria per mancata consegna di carbone acquistato dalla Commissione Annonaria», ibid., 28 novembre 1947.

[27] Stasera sarà nominato il nuovo Sindaco, in «La Prealpina», 17 gennaio 1950.

[28] Un Commissario prefettizio all’amministrazione comunale, in «La Prealpina», 30 ottobre 1949.

[29] Il nuovo Sindaco, in «Luce», 20 gennaio 1950; La crisi municipale, ibid., 3 febbraio 1950.

[30] Vennero infatti applicate le norme di legge che imponevano la nomina di un commissario prefettizio, in attesa di nuove elezioni, qualora più della metà dei consiglieri comunali si fosse dimessa (con una cifra minore si sarebbe proceduto all’inserimento in Consiglio dei primi non eletti delle liste interessate). Tale era il caso di Legnano, dove appunto si erano dimessi – sui 40 membri – i 18 dc, l’indipendente Vignati e ora i tre socialdemocratici (cfr. anche Dopo la nomina del Commissario Prefettizio al Comune, in «Luce», 7 aprile 1950).

[31] G. Scanzi, Legnano dopo la Liberazione cit., p. 109.

[32] Avremo il Tribunale?, in «La Prealpina», 9 settembre 1949. Altri articoli furono pubblicati dal giornale nei giorni seguenti.

[33] Giudizi riportati da G. Scanzi, Legnano dopo la Liberazione cit., p. 112.

[34] Il testo è riportato dal «Luce», 27 aprile 1951.

 

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