La società legnanese nell’immediato dopoguerra

Tra la sera del 24 e la mattina del 26 aprile 1945, Legnano visse ore drammatiche e convulse, con combattimenti in varie zone della città e numerose vittime, soprattutto tra le file dei partigiani. L’esito fu però positivo per le forze della Resistenza antifascista – raggruppate nelle due brigate garibaldine 101a e 182a e in quella cattolica ‘Carroccio’ -, che riuscirono ad ottenere la resa degli ultimi tedeschi e ad acquisire il controllo di Legnano prima dell’arrivo dei reparti alleati. La stragrande maggioranza dei cittadini poté così sfogare liberamente la propria gioia per il doppio obiettivo raggiunto: la conclusione della guerra e l’allontanamento delle truppe germaniche che, coadiuvate dalle diverse formazioni armate della Repubblica Sociale Italiana, avevano creato un clima di terrore in tutta l’Alta Italia. Nessuno poteva dimenticare, per esempio, l’episodio del 5 gennaio 1944, con l’irruzione delle SS nella Franco Tosi e la successiva deportazione di nove operai a Mauthausen, sette dei quali non tornarono più. Per quanto meno clamorose nelle modalità, non potevano poi essere dimenticate le successive retate in tante fabbriche del Legnanese, che altre deportazioni e morti avevano provocato. In ogni cittadino o cittadina, di qualunque età, erano poi incisi i segni della guerra: se anche fortunatamente molte famiglie erano state risparmiate direttamente dal dolore per la morte di un congiunto al fronte o sotto i bombardamenti o a causa della guerra tra fascisti, tedeschi e partigiani, tutti avevano dovuto fare i conti con la paura, la fame, le ristrettezze d’ogni genere. Ciò aveva contribuito a creare un generalizzato clima d’avversione, se non di odio, verso i tedeschi e i loro collaboratori fascisti. L’anti­fascismo si era così rinsaldato non solo negli ambienti tradizionalmente di sinistra – si pensi agli operai e alle loro famiglie, quelle che vivevano fianco a fianco nelle grandi case popolari -, ma pure in settori della popolazione ben distanti da comunismo e socialismo, come tra molti cattolici. Ciò non aveva comportato, ovviamente, un’immediata adesione ad una lotta armata che richiedeva precisi requisiti umani e chiare opzioni politiche, ma aveva contribuito all’isolamento delle autorità di Salò. Tra 1943 e 1945 erano stati così tantissimi i legnanesi che si erano schierati all’opposizione, latente o esplicita che fosse: anzitutto i militari catturati dopo l’8 settembre 1943, che in larghissima maggioranza avevano preferito essere rinchiusi nei Lager piuttosto che accettare le proposte tedesche; poi i membri attivi o fiancheggiatori della Resistenza; poi ancora coloro che avevano aperto le porte ai perseguitati o ai ricercati; infine quanti avevano piegato la testa nell’attesa di tempi migliori, evitando accuratamente ogni compromissione con i padroni politici del momento[1].

La dissoluzione della Repubblica Sociale, la ritirata dei tedeschi e la conclusione dei combattimenti non significarono peraltro la fine d’ogni spargimento di sangue. Né, a ben guardare, poteva essere diversamente: l’abitudine alla morte e alla violenza segna ovunque ogni dopoguerra. Per di più, dopo vent’anni di dittatura e due di durissima guerra ‘civile’, si erano creati troppi cattivi ricordi, troppi odi, troppi desideri di giustizia. Vi erano poi coloro che – non fidandosi di un futuro che appariva incertissimo – ritenevano fosse opportuno fare subito giustizia, anche da soli. Nel periodo seguito all’8 settembre i fascisti avevano esercitato un dominio assoluto sulla società dell’Italia centro-settentrionale e la loro stessa voglia di farsi prendere sul serio li aveva portati ad assumere atteggiamenti prevaricatori d’ogni genere e ciò aveva accentuato il proposito di ‘fargliela pagare’. Va inoltre aggiunto che il giorno della Liberazione non significò automaticamente la totale ritirata delle forze fasciste. Alcuni elementi di Salò, infatti, si incaricarono di effettuare attentati e sparatorie anche nelle settimane seguenti, così che il loro atteggiamento – ormai evidentemente solo dimostrativo ed esso pure, in qualche modo, vendicativo – non fece altro che esasperare di più i vincitori, resi ancor più convinti che bisognasse in ogni modo ‘farla finita’. Nei giorni seguenti alla Liberazione si verificarono dunque numerosi episodi di giustizia sommaria in tutte le località del Nord. Tutti gli sforzi di disciplinare gli eventi si rivelarono deboli, perché, appunto, il desiderio di ottenere rapidamente giustizia, anche a costo di farsela da sé, era fin troppo diffuso e del resto l’elenco dei torturatori e dei criminali che erano passati attraverso la RSI era fin troppo lungo. Sennonché accanto a casi acclarati di fascisti responsabili di sevizie o crimini efferati, i processi sommari finirono per diventare occasione per vendette private o per uccisioni dettate solo dall’odio politico; né mancarono, nella concitazione, errori di persona ben difficilmente giustificabili. A Legnano tra i casi più clamorosi vi fu quello di Arturo Sesler, già ufficiale delle Brigate Nere, il cui corpo – su cui poi infierì la folla – fu abbandonato in Piazza S. Magno nella notte tra il 30 aprile e il 1° maggio. Nella notte tra il 6 e il 7, nei pressi della cascina Olmina, vennero invece fucilate undici persone, tra i quali il noto medico Carlo Bergonzi. Infine il 9 maggio in Piazza del Mercato avvenne la fucilazione di Armando Nucci, Andrea Santini e Mario Montagnoli. Il 14 successivo, nei pressi di Villa Cortese, venne fucilato anche l’ex podestà Fulvio Dimi.

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Nei giorni successivi al 25 aprile la città provvide ad onorare degnamente i partigiani morti negli ultimi combattimenti, con un partecipatissimo corteo funebre che attraversò l’intera città per portare al cimitero le salme di 14 caduti[2]. La memoria storica della Resistenza venne alimentata anche in seguito, tramite continue manifestazioni pubbliche che, ovviamente, risultavano gradite alla popolazione, appena uscita dall’incubo della dittatura e della guerra. Il 10 maggio 1945, per esempio, la gente si mobilitò per raggiungere Piazza S. Magno, perché sul sagrato della chiesa lo stesso comandante del Corpo Volontari della Libertà, il generale Raffaele Cadorna, presenziò alla distribuzione di premi in danaro alle famiglie dei caduti per la libertà.

Ma questa volontà di ricordare si mantenne alquanto robusta anche negli anni seguenti: per quanto si fosse ormai entrati nel clima della guerra fredda e della rigida contrapposizione tra cattolici e comunisti, ricorrenze come quella del 5 gennaio (giorno della citata irruzione tedesca alla Franco Tosi) continuarono ad essere celebrate unitariamente. Molto significativa, per esempio, fu la cerimonia svoltasi il 5 gennaio 1948, con la posa della lapide a ricordo dei quindici caduti della gran fabbrica (tra deportati e partigiani combattenti). Centinaia di persone, tutte le principali autorità cittadine (civili, religiose e militari), tutti i partiti politici e tutte le associazioni legnanesi con le rispettive bandiere varcarono i cancelli della Tosi per ascoltare i discorsi del noto parlamentare democristiano Piero Malvestiti e del comunista Umberto Terracini, ancora in carica come presidente dell’Assemblea Costituente. Seguì poi un lungo corteo fino al cimitero, dove vennero deposte corone d’alloro:

«tutti si sentirono uniti allo spirito dei fratelli caduti lontani dalla Patria per l’odio e la barbarie teutonica, ma vicini a noi col loro spirito quasi per unirsi alle note musicali dell’inno di Mameli che vibravano tra le loro tombe ad invitarci ad essere tutti fratelli ed a volersi tutti bene per il benessere della Patria e per il trionfo di quegli ideali per i quali essi diedero la vita e noi tutti soffrimmo»[3].

 

Il crollo finale del fascismo fu accompagnato dal trapasso di poteri anche a livello locale. Secondo gli accordi precedentemente presi tra i partiti che componevano il CLN legnanese, già il 25 aprile si costituì formalmente una giunta comunale provvisoria, che appena possibile s’installò a Palazzo Malinverni e si accinse a governare la città. Essa era guidata dal democristiano Anacleto Tenconi, che aveva al suo fianco i comunisti Ezio Gasparini (vicesindaco), Giovanni Brandazzi e Ernesto Macchi (polizia urbana), i socialisti Guido Cattaneo (finanze) e Giuseppe Moro (lavori pubblici), i repubblicani Natale Barnabé (istruzione pubblica) ed Enrico Riccardi (alimentazione) e gli altri due democristiani Giovanni Parolo (imposte) e Neutralio Frascoli (assistenza)[4]. Per esperienza amministrativa spiccava in questa compagine la figura del sindaco: Tenconi, nato a Legnano nel 1904, era infatti da vent’anni impiegato a Palazzo Malinverni e per quattro anni aveva svolto pure la funzione di vicesegretario comunale. Politicamente, era già stato impegnato nel Partito Popolare a fianco di Carlo Guidi e aveva direttamente partecipato alla Resistenza, organizzando la neonata DC, cosa che gli aveva appunto consentito di inserirsi ai vertici del CLN locale.

Questi uomini si assunsero gravosissime responsabilità. Legnano non aveva subito particolari distruzioni a causa della guerra, ma condivideva il disastro del­­l’intera nazione, che sul piano materiale era stata colpita soprattutto nelle infrastrutture e nelle vie di comunicazione. Essa condivideva poi il dramma degli sfollati: secondo dati allora diffusi, al 1° gennaio 1945 esistevano in città 1.839 persone (a fianco di 34.514 residenti) sfollate da altre località o sistemate provvisoriamente; giusto un anno dopo, il 1° gennaio 1946 questa cifra risultò solo leggermente inferiore, 1.707 (con 34.571 residenti). Il regime demografico

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risultava peraltro decisamente rivoluzionato dagli avvenimenti esterni: nel 1945 si registrarono solo 500 nascite a Legnano, con un crollo di parecchie decine d’unità rispetto agli anni prebellici; il ritorno a casa di tanti uomini e la ricomposizione delle famiglie (oppure la formazione di nuovi focolari) consentirono di recuperare il terreno perso, tanto che nel 1946 le nascite salirono subito a 615. La violenza della guerra, gli scontri finali della primavera 1945, le esecuzioni dei fascisti e le notizie ufficiali sul decesso di tanti deportati fecero invece lievitare le statistiche sulla mortalità: nel 1945 furono conteggiati ben 421 morti, a fronte dei 353 del 1939 e dei 348 del 1946[5].

Uno dei problemi più urgenti da affrontare fu ovviamente quello di far tornare a casa tutti i concittadini detenuti nei più diversi luoghi di prigionia: dai Lager destinati ai deportati politici a quelli preparati sempre dai tedeschi per i nostri soldati catturati dopo l’8 settembre, dai campi di prigionia sovietici a quelli degli alleati anglo-americani, dislocati un po’ in tutto il mondo (Stati Uniti, Gran Bretagna, Africa settentrionale, Sudan, Kenya, Sud Africa, India, Australia, ecc.). Ognuno di questi sfortunati protagonisti della nostra storia visse la sua odissea, che abbiamo parzialmente rievocato in altra sede[6]. A Legnano si cercò di organizzare una valida rete per la raccolta delle informazioni, il recupero degli scampati, il loro trasporto a casa e infine il reinserimento nella vita civile. Mons. Virgilio Cappelletti, prevosto di S. Magno, si distinse per il suo attivismo e fu pienamente aiutato dal Comune e dai privati cittadini, primi fra tutti gli industriali. Un apposito comitato operò tra il 14 maggio 1945 e il 23 ottobre 1946, per raccogliere viveri, vestiario e aiuti materiali vari, ma soprattutto per organizzare dei viaggi per ricondurre a casa dai campi di prigionia tedeschi i militari legnanesi, che si andavano concentrando nella zona tra Bolzano e Inns­­bruck. La domenica 16 settembre 1945, molti di questi reduci presero parte ad una solenne funzione di ringraziamento che mons. Cappelletti volle far svolgere al Santuario della Madonna delle Grazie[7].

Bisognava fare poi i conti con la scarsità dei rifornimenti alimentari per l’intera città. La normalizzazione della distribuzione commerciale e dei prezzi procedette peraltro molto a rilento e il ricorso al mercato nero seguitò a caratterizzare la vita quotidiana di tante famiglie. In ogni caso i processi inflattivi non si bloccarono certo con la fine della guerra, così che per moltissime famiglie divenne sempre più difficile fare quadrare i bilanci, anche perché il dissesto economico del paese e il ritorno dei reduci contribuivano a tenere elevatissimo il tasso di disoccupazione. La nuova giunta comunale affrontò subito il problema e, per far ciò, ottenne l’apertura di un credito sia presso la Banca di Legnano sia presso il Credito Legnanese. Si dovette comunque lavorare molto di fantasia per far arrivare in città prodotti alimentari e materiali combustibili[8]. Il Comune cercò di chiamare attorno a sé tutte le energie della città, a cominciare dal clero e dagli industriali. I preti, peraltro, si erano già mossi nei giorni della Liberazione quando, per iniziativa di mons. Cappelletti, era stata avviata la raccolta di viveri, indumenti e generi di conforto per tutti i feriti ricoverati nell’ospedale legnanese[9]. Per tutto il 1945 proseguì inoltre l’opera assistenziale promossa in tempo di guerra dallo stesso Cappelletti: la cosiddetta ‘Minestra dei poveri’ fu distribuita con una media giornaliera di 100 pasti, per una spesa totale di 103.053,35 lire (in media 282 lire complessive al giorno, per un costo di 3,55 lire a piatto). Il cotonificio Dell’Acqua provvide gratuitamente alla preparazione giornaliera dei pasti[10].

Le autorità si ingegnarono in tutti i modi per dare vita alle più diverse forme d’aiuto alla popolazione civile. Il 17 dicembre 1945 s’insediò in Comune l’Ente Comunale d’Assistenza (ECA), presieduto da Neutralio Frascoli (democristiano) e composto dai rappresentanti dei vari partiti del CLN. Tra gli argomenti in discussione nella prima riunione fu anche la possibilità di distribuire gratuitamente o a basso costo la penicillina, oltre che istituire un Monte dei Pegni in grado di aiutare i più disperati[11]. Si fece ricorso massiccio agli aiuti americani previsti dal piano UNRRA (United Nations Relief and Rehabilitation Administration), che funzionò per anni prima di essere sostituito nel 1948 dal più organico Piano Marshall. Pacchi dell’UNRRA furono distribuiti anche agli ospiti del­l’or­fanotrofio Gilardelli di Via Franco Tosi che nel 1945 ospitava mediamente 33 bambini e ragazzi, dei quali 19 frequentavano le elementari, 7 le scuole Bernocchi, uno la media[12]. Malgrado questa deficitaria situazione, fu ammirevole la decisione di ospitare a Legnano alcuni bimbi orfani provenienti dalla zona di Cassino, dove il lungo sostare del fronte nell’inverno 1943-44 aveva provocato distruzioni e lutti rimarchevoli. Anche l’asilo infantile di S. Domenico ricevette doni e aiuti, magari solo per acquistare una pentola elettrica utile per fornire ai bambini una refezione calda[13].

La situazione di emergenza rimase in atto a lungo, anche perché le conseguenze del conflitto si sommarono a problemi cronici della storia d’Italia, come per esempio la diffusione del latifondo e la ‘fame’ di terra dei contadini poveri nel Mezzogiorno. In un secondo momento si aggiunsero gli effetti della stretta creditizia e della complessiva manovra di politica economica varata dal governo De Gasperi – Einaudi nel corso del 1947, subito dopo l’emarginazione delle sinistre dall’esecutivo, con lo scopo di recuperare la fiducia degli imprenditori e di avviare il risanamento del bilancio dello Stato. Prescindendo dalle diverse interpretazioni possibili di questa manovra, sta di fatto che i costi sociali furono molto alti, contribuendo a mantenere esplosiva la situazione italiana e a surriscaldare il clima politico e lo scontro tra i partiti. Anche a Legnano il problema della disoccupazione si fece sentire a lungo, pur se tra 1946 e 1947 esso andò leggermente attenuandosi. All’inizio del settembre 1946 la manodopera ufficialmente disponibile in città e nei dintorni assommava a 2.688 unità; nel gennaio 1947 scese a 2.387, in giugno a 1.300, in settembre a 909. Queste cifre erano determinate anche dalla presenza di reduci: 497 di loro cercavano un posto di lavoro nel settembre 1946, 488 in novembre, 499 nel gennaio 1947, ma solo 143 ad aprile e 114 ad agosto. Il reinserimento graduale dei reduci, dunque, contribuiva a raffreddare la pressione della disoccupazione[14].

Può essere interessante tenere conto dei livelli salariali di impiegati e operai, considerando almeno i dati medi relativi all’intera provincia di Milano. Nella primavera del 1947 un impiegato di I categoria di un’industria metalmeccanica, senza carico di famiglia, portava a casa circa 28.000 lire lorde al mese, che salivano a circa 31.500 se aveva moglie e due figli. Un suo collega di II categoria riceveva a fine mese 25.000 (senza carico di famiglia) oppure 28.400 lire (con  due figli a carico). Un operaio specializzato con moglie e due figli poteva ottenere invece 110 lire di salario orario, che scendevano a 94 in assenza di familiari da mantenere. Ma un manovale comune senza famiglia a carico si fermava a 87 lire all’ora, un’operaia di I categoria a 70,8 e una di II a 69,6[15]. Il basso livello di questi salari è ben evidenziato dal confronto con i prezzi di alcuni beni di uso comune: un chilo di pane costava allora attorno alle 90 lire, uno di pasta sulle 150, uno di carne arrivava alle 900; l’acquisto di un paio di scarpe da uomo comportava la spesa di oltre 4.000 lire, mentre l’abbonamento annuo alla radio costò quell’anno ben 1.000 lire.

Emergenza sociale significava anche tener conto di categorie di persone impossibilitate al lavoro, perché malate, anziane o infanti. Verso di loro alcuni volonterosi legnanesi si sentirono in obbligo di darsi da fare per creare nuove forme d’aiuto. Su iniziativa dei coniugi Carlo e Piera Mocchetti, proprietari del­l’omonima nota industria e desiderosi di festeggiare in modo altruistico le proprie nozze d’oro, si stabilì di costruire una struttura in grado di riportare vicino ai parenti tutti i malati cronici gravi che finora erano stati dispersi in istituti lontani. Il 28 giugno 1947 si poté pertanto inaugurare, alla presenza del cardinale Schuster, un edificio situato a Cerro Maggiore che venne subito consegnato al superiore della Piccola Casa del Cottolengo torinese, per dare ricovero a duecento persone[16].

Due anni più tardi, nel 1949, l’industriale Augusto Barlocco decise di sostenere l’iniziativa di un giovane prete appartenente alla congregazione dei padri Somaschi, padre Antonio Rocco, che si era votato all’opera d’assistenza di bambine e giovani donne. Padre Rocco era nato nel 1913 ed era originario della provincia di Campobasso; nel 1936 era stato ordinato prete e inviato a Corbetta presso lo studentato dei Somaschi. Alla conclusione del conflitto si era però orientato verso un’azione diretta nel campo sociale e aveva dato vita a Castelletto di Cuggiono ad un’associazione, la ‘Mater Orphanorum’, finalizzata al «ricovero delle orfanelle, redenzione della donna traviata, l’assistenza ai figli di famiglie numerose, l’istruzione catechistica e l’apostolato mariano». Nessuna delle ospiti avrebbe dovuto pagare una retta. Per fare arrivare anche a Legnano un’opera del genere, si formò un comitato per la raccolta di offerte e lo stesso Barlocco donò il terreno[17]. Nel marzo 1950, in zona prossima alla cascina Mazzafame, fu così posta la prima pietra della nuova istituzione, che venne inaugurata nel settembre del 1951. Seguì poi nel 1954-1955 la costruzione della chiesa, denominata santuario «Orphanorum Matri» e ben nota a tutti gli abitanti della zona e dell’intera città[18]. Va precisato che nel corso degli anni l’opera di padre Rocco raggiunse una crescente stabilità e ottenne i dovuti riconoscimenti canonici e civili: nello stesso 1949 il card. Schuster riconobbe il gruppo di collaboratrici del sacerdote molisano come ‘Pia Unione Religiosa Laicale’, nel 1953 venne il riconoscimento da parte dello Stato italiano, nel 1967 seguì l’erezione in Società di vita comune di diritto diocesano e infine nel 1985 il decreto di riconoscimento di diritto pontificio della Congregazione delle Oblate della Mater Orphanorum, presenti oggi anche in paesi dell’Africa e dell’America Latina[19].

Come si coglie facilmente dalle pagine precedenti, negli anni del dopoguerra il clero legnanese non esitò a proporsi come animatore e guida di tante iniziative sociali. Ciò era del tutto in linea con l’orientamento dell’intera Chiesa italiana che, guidata dallo ieratico papa Pio XII e da presuli di grande statura morale come i cardinali Schuster (a Milano) o Della Costa (a Firenze), si era abituata già negli anni del conflitto mondiale a supplire alle fatiscenti istituzioni pubbliche. Vescovi e preti erano a quel tempo convinti che la strada maestra per uscire dai disastri della guerra e del dopoguerra fosse quella di un ritorno alla fede dei padri, alle tradizioni cattoliche e alla fiducia verso l’insegnamento della Chiesa. Tutto ciò assumeva una prospettiva epocale nel progetto di Pio XII volto all’edificazione in Italia – come altrove – di una vera e propria «civiltà cristiana», una civiltà cioè capace di porre al suo centro «la legge morale scritta dal Creatore nel cuore degli uomini, il diritto di natura derivante da Dio, i diritti fondamentali e la intangibile dignità della persona umana», armonizzando così la vita collettiva nazionale e internazionale[20]. In tal senso la proposta della «civiltà cristiana»  altro non era che il punto di mediazione tra i valori assoluti e le realizzazioni storiche: non tanto, quindi, un ordinamento sociale e politico predeterminato, quanto il riconoscimento di una gerarchia di princìpi, con l’applicazione sistematica della morale universale naturale[21]. Poste così le cose, si comprende bene il ruolo di vigilanza, di orientamento e di insegnamento che Pio XII attribuiva alla Chiesa, fino a farne un’istituzione che si proponeva come guida totale dei processi storici, consapevole di poter dettare criteri di comportamento universali, in tutti i settori e i momenti della vita individuale e collettiva. Era, questa, una mentalità che si curava poco delle distinzioni di responsabilità e di competenze tra le varie istituzioni, anche perché riteneva che l’Italia possedesse un’identità cattolica irrinunciabile e immodificabile nel tempo. Di conseguenza era alto il rischio di sconfinamenti indebiti, così come forte era la tentazione di costruire nei fatti una società clericalizzata, provocando le ovvie reazioni di chi non condivideva una tale impostazione. Estrema era poi la preoccupazione per la ‘decadenza’ morale della popolazione, che conduceva il clero ad assumere posizioni nette di condanna nei confronti di pressoché tutte le manifestazioni nei quali

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i due sessi avessero occasione di incontro e di divertimento. Anche a Legnano i parroci tuonarono contro la cosiddetta ‘ballomania’, fenomeno che altro non era che una forma di sfogo ‘naturale’ di una società repressa dalla dittatura e dalla guerra. Fin dai giorni successivi al 25 aprile, infatti, e poi per tutta la primavera e l’estate, ogni occasione fu sfruttata per organizzare balli popolari, feste danzanti e manifestazioni simili. Per quanto possa oggi sembrare stonato un atteggiamento del genere – se si pensa che il sangue scorreva ancora, che tanti morti

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erano ancora insepolti, tanti deportati lontano, tante famiglie prive di notizie -, esso va compreso tenendo appunto conto del bisogno disperato di evasione che la gente aveva accumulato per anni. Divertirsi e ballare non erano concepiti come offesa a chi era scomparso, ma come personale necessità di affermare che, nonostante tutto, la vita andava avanti e che bisognava ricominciare. I più giovani, poi, si trovavano di fronte alla prima manifestazione di libertà, dopo che la loro fanciullezza o la loro adolescenza erano trascorse nelle privazioni e nelle ristrettezze d’ogni genere[22]. Va poi aggiunto che la guerra aveva lasciato strascichi pesanti nella vita della gente: bisogna pure ricordare che essa aveva provocato la frammentazione di tante famiglie, la disperazione di molte donne, la presenza di eserciti occupanti con tanti giovani e uomini soli, l’esaltazione degli istinti più materiali ed egoistici, ma anche – contestualmente e più in positivo – l’esplodere di nuovi bisogni d’affetto e di compagnia. Inutile soffermarsi su questi temi, con il rischio di scadere nel moralismo o, viceversa, nel pettegolezzo. Certo è che uno sfondo di tragedia e di miseria materiale e spirituale accompagnò a lungo la gente: ancora nell’ottobre 1948 tra i fiori piantati sulla tomba di un uomo al cimitero, fu rinvenuto un feto di quattro mesi, avvolto in un fazzoletto e in due fogli di carta, prodotto di un aborto che tuttavia risultava essere stato effettuato ben sei mesi prima[23].

Contro questo mondo che impastava insieme spirito di morte e vitalissime esigenze di sopravvivenza e di divertimento, i parroci legnanesi presero spesso posizione, soffermandosi in particolare anche sulla moda femminile e sull’avanzata della pubblicità che – nei limiti della mentalità di allora – cercava di sfruttare ai propri fini l’immagine della donna. Per esempio nel settembre 1946 i legnanesi poterono leggere un articolo di mons. Cappelletti, che attaccava un manifesto affisso sui muri della città per pubblicizzare dei prodotti «da toeletta per signora»:

«È bello, è umano – si chiedeva il prevosto – fare dell’esibizionismo femminile al solo scopo di attirare lo sguardo dei passanti? Voi donne, che cosa avete provato quando vi siete viste proiettate sui muri, con tanta sfacciata licenza, nella vostra nudità?»[24].

A parte questi aspetti, va detto che negli anni successivi al 1945 Legnano (come tutte le altre città della penisola) vide svolgersi innumerevoli manifestazioni religiose che attiravano folle di fedeli: ciò era sicuramente il segno di una fede e di una tradizione spirituale ancora tanto diffusa e radicata, ma anche di una domanda di sicurezza e di conforto psicologico dopo le tragedie della guerra e di fronte alle tante difficoltà del presente. Già nel 1947 si ebbe una prima solenne manifestazione mariana, che inaugurava quella che sarebbe divenuta una sorta di abitudine negli anni seguenti:

«Passa da Legnano la statua della Madonna pellegrina diretta a Busto Arsizio dove concluso il Congresso mariano avrà inizio la ‘Peregrinatio Mariae’ per tutta la Diocesi. La Madonna ha sostato al Santuario delle Grazie e nel pomeriggio venne accompagnata dal Clero e dal popolo a Castellanza»[25].

Con maggior solennità, il transito della statua di Maria interessò Legnano nel settembre 1948, quando la statua sostò per un paio di giorni in ciascuna delle quattro parrocchie, esposta alla venerazione dei fedeli in un tripudio di addobbi, fiori e luminarie. Durante il giorno il simulacro veniva portato trionfalmente in visita nelle varie fabbriche, quasi a significare la volontà di riconquistare almeno simbolicamente un terreno – quello del lavoro operaio – che da sempre rappresentava la solida base del movimento socialista e comunista. La partecipazione attiva di tanti industriali a questo tipo di manifestazioni contribuiva del resto ad assegnare loro indubbi contorni sociali e almeno latamente politici[26]. La fede popolare verso la Madonna poté in seguito vivere altre giornate di entusiasmo e di preghiera nel 1954, anno che Pio XII aveva proclamato ‘mariano’. Pure in tale circostanza si svolsero solenni manifestazioni di fede, che condussero in vari casi ad imprimere nel volto della città piccoli e visibili ricordi, come per esempio la grotta con la statua di Maria collocata all’esterno della chiesa del Ss. Redentore a Legnanello. A queste eccezionali forme di mobilitazione andavano naturalmente aggiunti gli appuntamenti più consueti della Chiesa: a parte Natale e Pasqua, vanno ricordate la processione per la festa del Corpus Domini, la celebrazione solenne delle Quarant’Ore per incentivare la pratica eucaristica, o ancora le varie feste patronali. Un’altra forma di religiosità pubblica – ovviamente diversa e ben inferiore sul piano liturgico a quelle appena citate, ma destinata a diventare di moda negli anni Cinquanta – fu la benedizione solenne delle automobili e delle motociclette sul sagrato delle chiese: era forse il segno di un delicato tentativo di venire a patti con quella modernità che tanto trionfalmente stava avanzando anche nella vecchia Legnano contadina e operaia.

L’attivismo delle parrocchie legnanesi di quegli anni si manifestò altresì tramite un imponente sforzo edilizio, finalizzato a dotarsi di strutture sempre più moderne ed efficienti. Anche in tal caso l’intento propriamente pastorale e educativo s’intrecciava con attese di tipo sociale, volte a legare sempre più strettamente le sorti della Chiesa a quelle del ‘popolo’ e quindi a tagliare l’erba sotto i piedi degli incalzanti comunisti. Nel maggio 1952 fu inaugurato il Centro Giovanile di S. Magno, in Via Monte Nevoso, destinato a funzionare anzitutto come oratorio, ma anche come mensa per gli studenti del Bernocchi e del Dell’Acqua. Era nei programmi anche l’apertura di una piccola Scuola dell’Artigianato[27]. A Legnanello nel 1950 fu posta la prima pietra per la costruzione del nuovo asilo infantile, inaugurato l’anno seguente; a Ss. Martiri nel 1946 erano invece iniziati i lavori per edificare l’oratorio maschile, conclusosi dopo un certo travaglio nel 1958. Contemporaneamente, nel 1952, fu intrapresa la sistemazione della facciata della chiesa parrocchiale[28]. Lavori di edilizia sacra furono effettuati anche all’interno dell’Ospedale dove il 12 settembre 1950 fu aperta al culto la nuova cappella dedicata alla Madonna di Lourdes, realizzando un auspicio fatto anni prima dal card. Schuster[29]. Negli stessi anni, inoltre, diversi oratori maschili – a cominciare da quello di S. Domenico animato da don Carlo Riva – avviarono la consuetudine di organizzare campeggi estivi per i propri giovani, utilizzando tende lasciate dalle truppe americane.

La concezione sociale del clero locale e, in particolare, di mons. Virgilio Cappelletti fu ben mostrata dall’atteggiamento da questi tenuto di fronte al drammatico problema della mancanza di case. Nel corso del 1949 il prevosto si recò infatti ben due volte a Roma per conferire con il ministro dei Lavori pubblici, l’on. Umberto Tupini. Avendo constatato che i tempi per un intervento pubblico erano piuttosto lunghi, Cappelletti cercò di fare da solo e di coinvolgere nei suoi piani edilizi gli industriali locali, trovando però disponibilità all’ascolto solo da parte dei pro­prietari della Cantoni, della Mocchetti, della Pensotti e della Giulini & Ratti. Tutti gli altri non risposero alle sue sollecitazioni o si rifiutarono apertamente, adducendo in qualche caso il motivo di aver già provveduto per i propri dipendenti. Mons. Cappelletti non si dette per vinto e passò in ogni caso al varo di una Società immobiliare S. Magno per la costruzione di alloggi popolari, seppur con programmi ridimensionati rispetto ai progetti iniziali[30].

Due novità di rilievo vanno registrate invece a proposito di comunità religiose.

Nel marzo 1948, infatti, si stabilirono a S. Domenico le Suore Infermiere di S. Carlo[31], destinate a rimanere nel quartiere per quasi mezzo secolo, fino al 1997, facendosi conoscere quindi da generazioni di legnanesi bisognosi di assistenza domiciliare o semplicemente di farsi fare una semplice e banale iniezione. Il merito della loro venuta era da attribuire al vecchio parroco don Emanuele Cattaneo e a don Marco Scandroglio, un prete proveniente appunto dalla parrocchia di S. Domenico e conoscente del padre Giovanni Masciadri, fondatore del piccolo istituto religioso. Don Scandroglio pose a disposizione delle suore la propria casa di Via della Vittoria, dove risiedere e poter aprire un piccolo ambulatorio. I parrocchiani di S. Domenico si abituarono presto ad incontrare a tutte le ore del giorno queste suore che, a piedi o spesso in bicicletta, correvano a portare il loro aiuto tra la gente. Va precisato che, non esistendo ancora il Pronto Intervento

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pubblico, la loro azione era tanto più preziosa e non conosceva orari. Destò anzi a quel tempo qualche meraviglia che le suore si muovessero da sole anche di notte, ma con il suo spirito pratico il coadiutore don Carlo Riva risolse il problema, suggerendo alle guardie notturne di accompagnare a distanza le religiose nelle loro uscite.

L’anno dopo, invece, si insediarono a Legnano delle altre religiose, dotate di una vocazione del tutto diversa: le Carmelitane scalze dedite alla vita contemplativa e di clausura. Il 7 maggio 1949 nove monache provenienti dal Carmelo di Milano si stabilirono nella zona della Canazza, aprendo un piccolo monastero di clausura, ancora privo della chiesa (la cui costruzione fu ultimata nel 1950). Muovendo dalla casa parrocchiale di Legnanello, una lunga e solenne processione eucaristica accompagnò queste donne – il cui volto era coperto da un velo nero – fino alla nuova residenza. Erano presenti tutte le altre comunità religiose e le associazioni cattoliche e perfino un reparto militare riservò alle nuove venute l’onore delle armi. Il giorno dopo mons. Cappelletti procedette alla prima chiusura dall’esterno del monastero, nell’attesa di quella definitiva che sarebbe stata fatta dall’arcivescovo[32]. La piccola comunità di religiose si trovò con il tempo a dover assumere una singolare funzione pastorale al servizio delle famiglie stabilitesi nelle abitazioni costruite nei dintorni, a cominciare da quelle di Via del Fante. La loro chiesa si aprì sempre più ai fedeli, fino a che – in anni più recenti (1973) – vi si cominciarono a celebrare anche i battesimi, in attesa che grazie a don Enrico Lazzaroni si arrivasse alla nascita della nuova parrocchia di S. Pietro (nello stesso 1973)[33].

L’avvento della democrazia consentì alla Chiesa legnanese di rilanciare anche la propria proposta di impegno associativo per il laicato, che peraltro non era mai venuta meno neppure negli anni del fascismo. Nel 1946 ancora mons. Cappelletti fu il promotore di un maggiore sforzo organizzativo:

«Mons. Prevosto d’accordo con i RR. Parroci locali e i dirigenti dell’Azione Cattolica Cittadina costituisce il Centro Cittadino di Azione Cattolica. Si presentano non poche difficoltà di carattere psicologico. Comunque il Centro è costituito. Rappresentante dell’Autorità ecclesiastica è mons. Prevosto. Presidente del Centro il signor Alloni Ettore. Potrà vivere? Speriamo. Vincendo anche in questo campo non poche difficoltà si costituisce anche in Legnano il Centro Italiano Femminile per far fronte all’Unione Donne Italiane (UDI) di puro stampo comunista. Presidente la Signorina Roveda. Purtroppo le nostre donne non comprendono appieno la necessità e la vita del CIF non è facile»[34].

Il 9 settembre 1945 era invece già iniziata l’esperienza scoutistica, promossa a Legnano da don Ivanoe Tagliaferri che, radunata una trentina di giovani, era riuscito quel giorno a far giungere in città l’allora assistente regionale mons. Andrea Ghetti e moltissimi scout milanesi per festeggiare l’avvenimento. Era così nato in città il primo Reparto dell’ASCI, l’Associazione Scoutistica Cattolica (maschile)[35].

In quello stesso periodo fu dato il via – come vedremo più avanti – anche alle ACLI, per incentivare la presenza cristiana entro il mondo del lavoro.

Naturalmente non furono soltanto i cattolici militanti e le parrocchie a muoversi sul terreno dell’associazionismo. Grazie all’iniziativa di molti cittadini, infatti, fin dal 1945 si sviluppò un intenso attivismo, inizialmente sostenuto proprio da quanti avevano vissuto direttamente sulla propria pelle la tragedia della guerra e intendevano ora mantenere viva la memoria dei commilitoni e dei compagni scomparsi oltre che di quanto personalmente sopportato. Nel 1945 nacque anche a Legnano l’Associazione Nazionale dei Partigiani d’Italia (ANPI) con lo scopo precipuo di tutelare per il futuro l’eredità della Resistenza. Fino alle fratture causate dalla guerra fredda, tra 1948 e 1949, essa raccolse unitariamente tutti i combattenti partigiani. Nel 1946 sorse invece la sezione locale dell’Associazione Nazionale Reduci dalla prigionia, presieduta da Giuseppe Biscardini. I promotori – tra i quali erano anche Vittorio Jelo e Lorenzo Ranelli – fecero nell’occasione appello all’impegno comune per ricostruire la Patria, promettendo rapporti sereni e collaborativi con tutti i partiti[36].

Ci si mosse per tempo anche sul piano culturale: il 30 maggio 1947, per esempio, sorse l’Associazione Artistica Legnanese con l’obiettivo di porre a diretto confronto tra loro tutti gli artisti e gli appassionati d’arte, oltre che di promuovere iniziative pubbliche comuni e di fare crescere la sensibilità dei concittadini in materia. Il 27 febbraio 1951 fu poi fondata un’associazione destinata a rivestire in futuro un ruolo di grande importanza, ovvero la Famiglia Legnanese. L’inizio ufficiale delle attività avvenne ai primi di novembre 1951, con una manifestazione tenuta presso il salone Ratti, durante la quale intervennero il presidente Umberto De Giovannini e l’ispiratore dell’iniziativa, Guido Piero Conti, nonché Augusto Marinoni che presentò una relazione su Alcuni cittadini illustri nel tempo. La presenza del sindaco Tenconi diede rilievo particolare alla serata, così come la concessione di una tessera ad honorem ai due legnanesi più vecchi di allora, Luigia Bonecchi (92 anni) e Giuseppe Morelli (90)[37].

Queste nuove organizzazioni si affiancavano sul territorio cittadino alle altre già esistenti da prima della guerra, prima fra tutte la Società Arte e Storia, sorta nel 1928 per iniziativa di Guido Sutermeister. E attorno a loro prendevano vita altre aggregazioni, destinate ad agire propriamente sul piano professionale. Ma di esse parleremo tra poco.

 


[1] Per tutte queste vicende, si rinvia a G. Vecchio – N. Bigatti – A. Centinaio, Giorni di guerra. Legnano 1939-1945, Eo Ipso, Legnano 2001.

[2] 25 aprile: la storica giornata, in «Luce», 4 maggio 1945.

[3] La Franco Tosi commemora i suoi caduti, in «Il Carroccio», 11 gennaio 1948.

[4] 25 aprile: la storica giornata, in «Luce», 4 maggio 1945

[5] Dati statistici municipali, in «Luce», 7 febbraio 1947.

[6] G. Vecchio – N. Bigatti – A. Centinaio, Giorni di guerra cit.

[7] Liber Chronicus della parrocchia di S. Magno, settembre 1945.

[8] G. Scanzi, Legnano dopo la liberazione in Legnano e la sua Banca. 1887-1987, Banca di Legnano, Legnano 1997, pp. 97-101.

[9] Liber Chronicus della parrocchia di S. Magno, 27 aprile 1945.

[10] Minestra dei poveri, in «Luce», 11 gennaio 1946.

[11] Ente Comunale di Assistenza, in «Luce», 11 gennaio 1946.

[12] Orfanotrofio Maschile «Mons. Gilardelli», in «Luce», 1° marzo 1946; Assegnazioni viveri U.N.R.R.A., ivi.

[13] Parrocchia S. Domenico, in «Luce», 1° marzo 1946.

[14] Tutti i dati sono tratti dai Notiziari statistici mensili elaborati dall’Ufficio Regionale del Lavoro per la Lombardia, Sezione Studi Economici Sociali, in Archivio di Stato di Milano, Fondo Gabinetto di Prefettura (II versamento), cart. 604.

[15] Dati ibid. Per una più efficace comprensione di queste cifre, si tenga presente che una lira del 1947 equivale a circa 30 lire del 2001 (dati Istat). Pertanto uno stipendio mensile di 28.000 lire del 1947 corrisponde ad uno di 840.000 attuali.

[16] Festa del lavoro e della solidarietà alla Ditta Mocchetti, in «Luce», 27 giugno 1947.

[17] M.I.[Magno Isoardo], È sorta a Legnano la «Mater Orphanorum», in «La Prealpina», 6 novembre 1949.

[18] Solennemente posta la prima pietra del Villaggio «Mater Orphanorum», ibid., 26 marzo 1950.

[19] Cfr. i dati presentati in Cinquantesimo Anniversario della nascita della ‘Mater Orphanorum’. 1945-1995, s.i.e., 1995.

[20] Pio XII, Radiomessaggio Per la civiltà cristiana, 1° settembre 1944, n. 4. Il testo anche in Le encicliche sociali dei Papi. Da Pio IX a Pio XII (1864-1956), a cura di I. Giordani, Studium, Roma 1956, p. 785.

[21] A. Acerbi, Chiesa e democrazia. Da Leone XIII al Vaticano II, Vita e Pensiero, Milano 1991,  pp.  216-217.

[22] G. Vecchio – N. Bigatti – A. Centinaio, Giorni di guerra cit.

[23] Cfr. il rapporto della visita necroscopica effettuata dall’ufficiale sanitario dott. A. Mezzalira, datato 27 ottobre 1948 e inviato alle varie autorità locali, in Archivio Storico del Comune di Legnano [=ASCL], cart. 599, fasc. 3.

[24] V. Cappelletti, Donne difendete il vostro pudore. Profumi, ciprie ed altre… licenze paglierine, in «Luce», 13 settembre 1946.

[25] Liber Chronicus della parrocchia di S. Magno, 16 maggio 1947.

[26] La peregrinatio Mariae nella pieve di Legnano, in «Luce», 27 agosto 1948. Cfr. anche il Liber Chronicus della parrocchia di S. Magno e il Liber Chronicon della parrocchia del Ss. Redentore.

[27] L’attività del «Centro Giovanile S. Magno», in «Luce», 23 gennaio 1953.

[28] M. Consonni – R. Ciccone, La parrocchia dei Ss. Martiri a Legnano. Una chiesa, la sua storia, il suo cammino, Legnano 1994, pp. 61-63.

[29] La nuova chiesetta dell’ospedale, in «La Prealpina», 10 settembre 1950.

[30] V. Cappelletti, Le case a Legnano, in «Luce», 3 giugno 1949; Nuove case, in «La Prealpina», 5 giugno 1949; Altri capitali per costruire case, ibid., 26 giugno 1949.

[31] Questa piccola congregazione fu fondata nel 1932 a S. Pietro Martire di Seveso da don Giovanni Masciadri, dopo aver constatato che molti fedeli morivano senza assistenza religiosa e che nessuna congregazione esistente era in grado di aiutarlo (cfr. P. Calliari, Infermiere di S. Carlo, in Dizionario degli istituti di perfezione, Edizioni Paoline, Roma, vol. IV, coll. 1698-1699). Cfr. l’opuscolo Cinquant’anni di dono vissuto, edito dalla parrocchia di S. Domenico nel 1997.

[32] Cronache dell’avvenimento in «Luce», 29 aprile e 13 maggio 1949; inoltre nel Liber Chronicon della parrocchia del Ss. Redentore, alle date…..

[33] Le sorelle del Carmelo, in Parrocchia S. Pietro, Una comunità in cammino, 1973-1998, s.i.e., p. 51.

[34] Liber Chronicus della parrocchia di S. Magno, 4 marzo 1946.

[35] Associazione Scautistica Cattolica Italiana. Riparto Primo Legnano, in «Luce», 9 settembre 1960.

[36] Assemblea reduci dalla prigionia, in «Luce», 8 marzo 1946.

[37] Al suono di una gavotta è nata la Famiglia Legnanese, in «La Prealpina», 4 novembre 1951.

 

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